Dilit

Le lingue non si imparano, si ricostruiscono

I muri dell’università di Norimberga sono stati  decorati per lungo tempo con disegni di imbuti. Questa ne è una rappresentazione su legno del XVII secolo.

                                                                      

Il messaggio che diffondeva questo imbuto era molto chiaro: lo studente è un contenitore da riempire con le regole e nozioni.  Quindi la conoscenza è prerogativa e privilegio solo di alcuni, quelli che sanno, che poi per loro benevolenza la riversano  nella testa degli studenti. Per quei professori era chiaro che insegnare è lasciare un segno, come ci suggerisce l’etimologia.

Già da allora gli insegnanti si ponevano questa domanda: come faccio a trasferire quello che è dentro la mia testa nella testa degli studenti?

A Norimberga e in tutte le scuole di quel periodo era molto chiaro, e per alcuni è ancora così. Chi detiene il sapere, detiene il potere. Quindi lo studente si deve adeguare altrimenti è indisciplinato. Disciplina deriva da discipulus, discepolo, da interpretarsi come osservanza di un sistema di regole.  E non si sgarra dalle regole, altrimenti scatta la repressione: note, denigrazione, voti bassi, sospensioni.

Insegnare seguendo questi principi dà due risultati: alcune persone che si adeguano e si conformano alle regole, ma anche un gran numero di persone che nella loro vita avranno un rapporto difficile con la scuola, la cultura, i libri e il sapere.

Se non siamo soddisfatti di questo risultato così parziale, si ripropone la domanda di prima. Ma forse è la domanda che va modificata per non ricadere nell’imbuto di Norimberga.

Io lavoro in una scuola di lingue, la DILIT di Roma, dove si pensa e si agisce “fuori dalle righe” da quando nel 1974 un gruppo di allora giovani insegnanti, non soddisfatti di quello che praticavano in classe, né dei libri che utilizzavano, hanno cominciato a sperimentare a trecentosessanta gradi. Dopo poco a loro si è unito un allora giovane e visionario pedagogo inglese, che non se ne andrà più dalla DILIT. Così ha origine questa scuola e questo progetto di ricerca, che sta continuando ancora oggi, in cui per prima cosa si ribalta la posizione dell’insegnante e dello studente. Il centro del processo è lo studente!

Conseguenza di questo cambiamento di prospettiva è che nelle aule non ci sono banchi, né cattedre, dove non si fa l’appello e non si danno voti, L’insegnante non  corregge i compiti in classe, che non si chiamano neanche compiti in classe ma Produzioni Libere, e ci si siede in cerchio, dove si impara a imparare, niente interrogazioni, l’errore non c’è perché si chiama ipotesi ed è benvenuto e non represso, il livello dello studente può cambiare in ogni momento perché  è continuamente verificato, … e molto altro ancora, come scrivo nell’articolo “Una scuola che non sembra una scuola”.

Quindi lo studente non è visto come un contenitore vuoto da riempire, ma come un universo di esperienze, pensieri, desideri, propensioni, … e con questo patrimonio mi devo confrontare come insegnante.

Se l’universo dello studente incontra l’universo della lingua che studia, c’è qualche modo per agevolarne l’acquisizione? Ogni riferimento alla memoria non è appropriato in quanto per produrre lingua uso l’inconscio. La memoria mi serve per i nomi o i numeri di telefono che non ho nel cellulare. Ma allora come nutro l’inconscio? Con abbondante e realistico “input” della lingua che si studia e favorendo la libertà di essere curiosi, cioè di fare liberamente domande e osservazioni. Questa si chiama analisi, la cui parente povera è la grammatica. Lo studente si sentirà libero di fare domande se non si sente giudicato, ma apprezzato per l’osservazione o l’ipotesi che sta proponendo. Si sta esponendo, è una iniziativa e va apprezzata, anzi dovremmo ringraziarlo:

- per il coraggio

- per l’occasione che ci fornisce

- per darci modo di valutare lui e il resto del gruppo.

La grande quantità di lingua che arriva tramite l’input ha bisogno di un periodo di digestione. È come per il cibo. Io mangio fino a quando sono sazio. Non mi preoccupo se non posso mangiare di più, aspetto otto ore e poi mangerò di nuovo. Che è successo in quelle ore? Il corpo ha metabolizzato quello che avevo mangiato. Idem per l’abbuffata di lingua arriva dall’input. La nostra mente ha bisogno di “digerire” il materiale accumulato. Ci vuole tempo. Non sappiamo quanto e non è uguale per ogni studente, ovviamente. Questo intervallo mette ansia e questa ansia di solito si riempie imparando a memoria regole di grammatica e liste di parole. Non ci serviranno nel parlare e nello scrivere, ma placano l’ansia.

L’alternativa è continuare, tranquillamente, con ascolti e letture, rinforzando l’autostima dello studente con la sua produzione scritta e parlata della lingua.

Piccolo esempio: quando mio figlio Simone era piccolo un giorno mi ha detto “Papà, ando a giocare in giardino”. “Certo, vai” è stata la risposta. Dentro di lui si stava sistemando quello che chiamiamo verbi regolari, e sapeva utilizzarli. Bene! Ma questo non è corretto. Certo che no, ma lo sappiamo noi, non chi sta imparando la lingua. Io ho risposto correttamente, ma senza commenti. Dopo poco tempo Simone mi ha detto: “Papà, ando …vado a giocare in giardino”. Autocorrezione. E poi : “ Papà, vado a giocare in giardino”. Aveva metabolizzato la regola … senza spiegazioni, naturalmente.  Queste sono le dinamiche della mente! L’apprendimento della lingua avviene attraverso l’interazione sociale, utilizzando costruzioni linguistiche create nel tempo da quella comunità.

 “Quindi non è possibile pensare che sei tu, l’insegnante, che causa il suo apprendimento…una volta, forse, era possibile, ma era un’illusione.  Sarebbe più realistico riconoscere che io insegnante non posso insegnare la lingua. È più realistico vedere lo studente come una persona che accompagno per un po’ nel suo percorso.” Questo diceva nella sua relazione Christopher Humphris, il nostro pedagogo visionario di cui prima, al 20° Seminario Internazionale DILIT.

Le lingue non si imparano, ognuno le ricostruisce dentro di sé, a seconda delle sue intime dinamiche. L’insegnante, se si può ancora chiamare così, crea situazioni e fornisce il materiale che simuli il più possibile l’interazione sociale con il mondo in cui si parla quella lingua. Ma soprattutto ha fiducia nei suoi studenti e lo dimostra per creare in loro l’indispensabile autostima che dà la forza per continuare.

Ma questa impostazione vale solo per le lingue?

 

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